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Educare da soli non basta più: la frammentazione educativa e il bisogno di alleanze

  • Annamaria Giarolo
  • 8 gen
  • Tempo di lettura: 3 min
Illustrazione editoriale di figure adulte che osservano uno spazio educativo luminoso, simbolo di collaborazione e alleanza educativa tra scuola, famiglia ed educatori

La dimensione che accomuna molti genitori, insegnanti ed educatori oggi è la solitudine educativa.

Nonostante la presenza di scuole, servizi, professionisti e risorse, spesso chi educa si sente lasciato solo nel prendere decisioni, nel gestire difficoltà, nel dare un senso a quello che accade nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza.È una solitudine silenziosa, che non sempre si esprime in modo esplicito, ma che si traduce in stanchezza, irrigidimento, e talvolta diventa conflitto.

 

Un’educazione frammentata

Ecco che uno degli elementi più evidenti dei nostri tempi è proprio questa frammentazione educativa.

Ogni attore coinvolto, si tratti della famiglia, della scuola, dei servizi, tende a operare all’interno del proprio ruolo, con competenze specifiche e con linguaggi differenti. Questo, di per sé, non è un problema ma lo diventa quando la comunicazione è inefficace perché viene a mancare la connessione e le parti procedono in parallelo o, peggio, entrano in contrapposizione.


Allora accade che:

  • i genitori si sentano giudicati o non ascoltati;

  • gli insegnanti percepiscano una delegittimazione del proprio ruolo;

  • gli educatori e i professionisti vengano chiamati a “riparare” ciò che altri non riescono a gestire.

È uno scenario in cui l’educazione rischia di diventare una somma di interventi piuttosto che un progetto condiviso e unitario.

 

Educare non è solo fare bene la propria parte

Siamo portati a pensare che educare significhi “fare bene ciò che ci compete”: essere buoni genitori, insegnanti preparati, educatori competenti, insomma “coltivare bene il proprio giardino”. È una buona base da cui partire ma, oggi, non è più sufficiente.


Educare significa anche, e forse soprattutto, saper stare in relazione con altri adulti che educano, accettando che i punti di vista possano essere diversi, che le competenze siano distribuite, che nessuno abbia una visione completa. Ci sono bambini che a scuola sono attenti e premurosi mentre a casa distratti e faticosi, altri che in un ambiente complesso come una classe diventano irascibili e in un rapporto uno a uno sono “bambini modello”. Eppure si tratta sempre dello stesso bambino!


Ed è qui che entra in gioco il concetto di alleanza educativa: non come slogan, ma come postura, come modo di stare nella relazione educativa.

 

L’alleanza educativa non nasce spontaneamente

Un equivoco frequente è pensare che l’alleanza educativa sia qualcosa di naturale, che “accade da sé” quando c’è buona volontà. In realtà, costruire un’alleanza richiede intenzionalità, ascolto, tempo e anche la capacità di attraversare momenti di disaccordo: si tratta sempre dello stesso bambino!


L’alleanza educativa non significa dunque:

  • pensare tutti allo stesso modo;

  • evitare il conflitto;

  • rinunciare al proprio ruolo.

Significa piuttosto riconoscere l’altro come un legittimo interlocutore, anche quando la visione non coincide con la nostra.

 

Un libro che parla agli adulti che educano

È proprio da questa consapevolezza che prende forma il mio libro, Le alleanze educative.

Non si tratta di un manuale che offre soluzioni rapide o ricette universali, è piuttosto un invito a fermarsi, a osservare le dinamiche educative in cui siamo immersi, a interrogarsi sul modo in cui gli adulti dialogano, o smettono di dialogare, attorno ai bambini e ai ragazzi.

Il libro mette al centro una domanda essenziale: come possiamo educare insieme, senza delegare, senza contrapporci, senza restare soli?

 

Una responsabilità che riguarda tutti

Parlare di alleanza educativa significa riconoscere che l’educazione non è mai un fatto individuale.È un processo collettivo che chiama in causa la responsabilità adulta, la capacità di ascolto e la disponibilità a mettersi in discussione.

In un tempo in cui tutto sembra accelerare, fermarsi a riflettere su come educhiamo insieme è già, di per sé, un atto educativo.


Annamaria Giarolo



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