Non di soli banchi vive la scuola! – Parte prima

Aggiornato il: ago 5



Chissà com’è venuta l’idea che cambiando i banchi si starà tutti in salute!

Sono un’insegnante e non riesco a capacitarmi che banchi nuovi (con le rotelle!) riusciranno ad evitare il contagio reciproco quando, a settembre, in massa, varcheremo il portone d’ingresso delle nostre scuole.

Se anche passeremo indenni il primo step, arrivati in classe, a fronte della necessità di mantenere le distanze minime (e quindi strisce di nastro indelebile sul pavimento che ci diranno senza ombra di dubbio dove dovremo stare tutta la mattina) dovremo fare i conti con una novità assoluta: i banchi che si muovono!

Ma come? Non dovevamo stare fermi? Già quella era un’idea difficile da portare a fine giornata scolastica ma almeno sembrava avere un senso: mantenere le distanze. Ora invece ognuno dovrà lottare con il proprio banco per imporgli di essere obbediente e non avvicinarsi al compagno che, ammiccando, starà facendo il possibile per avviare il motore, innestare la marcia e partire.

Fuor di metafora è difficile capire quale idea di scuola stia dietro queste scelte. Anzi, forse proprio qui sta la tristezza di tutta la faccenda. Perché cosa la scuola sia è ben chiaro a chi ci lavora da anni!

“Caro alunno/studente, è solo un’illusione quella che tu possa andare liberamente in giro per l’aula, semmai ti chiedo uno sforzo in più, stai fermo! Non sai governate quelle rotelle!? Vuoi una nota sul diario! Stai zitto e ascolta quello che la tua maestra, maestro, professoressa, professore ti deve raccontare!

“Ma come, non hai mai letto “Cuore”? Quello sì che ci sapeva fare, il maestro ne teneva a stecchetto ben 40 e guai ad alzare gli occhi o a staccare la penna dal foglio, oppure permetterti di alzare la mano e chiedere qualcosa (forse soltanto il permesso per tirar fuori un fazzoletto dalla tasca). Se funzionava allora, perché non dovrebbe farlo ora?

Sono passati 150 anni! Se avessimo parlato al caro maestro Perboni di DAD certamente avrebbe gli occhi fuori dalle orbite.


Quelli che ora etichettiamo con l’acronimo BES non esistevano in classe, semplicemente se ne stavano a casa, tra familiari che se ne vergognavano.

Triste ora parlar di scuola in senso ironico, ma come poter far fronte a scelte che non rispettano le persone, i bisogni degli alunni e la professionalità dei docenti?

Annamaria Giarolo


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Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Conclusioni


Foto di Julia Schwab da Pixabay

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